sabato 27 aprile 2013

LA CREAZIONE mito degli indiani YAKIMA del Nord America

La creazione
mito degli indiani Yakima del Nord America
Prima che ci fosse il mondo il Grande Capo Lassù viveva nel cielo e quaggiù non c'era proprio nessuno: solo acqua, tanta acqua.
Un bel giorno quando decise di creare il mondo, scese dal cielo, affondò le mani nell'acqua e raccolse sabbia e fango: in breve fece tanti mucchi che diventarono ben presto montagne e colline.
La pioggia trasformò la terra e la neve in alta montagna diventò ghiaccio: nacquero così torrenti vivaci e grandi fiumi dove nuotavano pesci di ogni dimensione.
Poi fece nascere arbusti e bacche, alberi e foreste dove trovarono riparo uccelli, insetti e cervi dalle grandi corna.
Infine prese un po' di fango ci soffiò sopra e questo si trasformò in un uomo. Il Grande Capo Lassù affidò all'uomo i boschi e le acque, gli animali della terra, dell'aria e dell'acqua. Gli raccomandò di servirsene e di servirli perché le loro vite erano legate.
Ma l'uomo era triste e allora Il Grande Capo Lassù con un po' di fango creò la donna perché dividesse con l'uomo le fatiche e le gioie della vita.
Vi ricorda qualcosa?
Quali sono le somiglianze e le differenze con il mito di Adamo ed Eva?

RELIGIONI MONOTEISTE


FONTE: www.atuttascuola.it/collaborazione/.../religione/religioni_monoteiste.htm

Religioni monoteiste

Tre Grandi Religioni

di Laura e Gabriele Primativo

Caratteristiche Comuni:

  1. Sono Monoteiste

  2. La Storia Della Rivelazione Di Dio Ad Abramo

  3. La Citta’ Santa Di Gerusalemme

Peculiarità:

 

 

EBRAISMO

Risale al 1900-1800 a. C.

 

CRISTIANESIMO

 

 

ISLAMISMO

Risale al 610 d. C.

DEFINIZIONE E AREA CULTURALE

Si intende la religione del popolo ebraico soprattutto di coloro che sono ebrei di nascita o risiedono in Israele

Deriva da Cristo cioè “il consacrato, eletto, inviato,unto” è sorto in Palestina oggi i cristiani sono un miliardo e settecentomila e sono divisi in : cattolici, ortodossi, protestanti

Il termine ISLAM significa sottomissione, abbandono, nasce nel VII sec. d.C. in Arabia

SIMBOLO

1 - LA STELLA DI DAVIDE: Due triangoli che si intrecciano e che rappresentano l’unione di Dio con l’uomo

2 – La Menorah il candelabro a sette bracci

E’ la CROCE su cui è stato messo a morte, ha donato la sua vita per amore degli altri

È’ la MEZZALUNA con la STELLA NASCENTEche rischiarano e guidano la vita di ogni fedele

FONDATORE

ABRAMO attraverso suo figlio Isacco e suo nipote Giacobbe. Gli ebrei discendono dalle tribù che ebbero origine dai 12 figli di Giacobbe

GESU’ figlio di Dio, mandato da

JHWH mandato per far conoscere il suo amore e realizzare la sua salvezza per il mondo

MAOMETTO (Muhammad) che significa il LODATO che nel 610  ricevette la visita dell’Arcangelo Gabriele che gli consegnò il Corano in nome di Allah

 

LIBRO SACRO

La BIBBIA CHE SI DIVIDE IN 3 RACCOLTE

La BIBBIA CHE SI DIVIDE IN 2 PARTI: L’Antico Testamento e il Nuovo Testamento, quest’ultimo racchiude i VANGELI che presentano i fatti più salienti della vita, i suoi insegnamenti e i miracoli

 

Il CORANO che raccoglie le rivelazioni di Allah fatte a Maometto, significa recitazione

NOME DI DIO

È proibito per gli ebrei nominare il nome di Dio quindi il termine JHWH è privo delle vocali, ma significa “io sono colui che sono” e cioè che Dio è il Signore della vita.

TRINITA’ : Padre, Figlio e Spirito Santo

ALLAH che prima di rivelarsi a Maometto si è rivelato ad altri profeti come Abramo, Giacobbe, Mosè ed anche a Gesù

DOTTRINA

Il Dio è unico e uno le parole chiave sono liberazione, alleanza, creazione e terra promessa. Gli ebrei attendono la venuta del Messia

Il comandamento centrale è quello dell’AMORE. Gesù è stato mandato dal Padre per stringere con l’umanità una Nuova Alleanza, con la morte e la Resurrezione ha sconfitto il peccato e la morte. La comunità Cristiana si chiama Chiesa (assemblea) istituita da Gesù, animata e sostenuta dall’azione dello Spirito Santo

La religione si poggia su 5 pilastri:

  • La professione di fede

  • La preghiera L’elemosina

  • Il Digiuno

  • Il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita

CULTO

* Gli Ebrei pregano 3 volte al giorno.

* Luogo di preghiera è la Sinagoga

* I capi religiosi si chiamano Rabbini.

* Il giorno in cui cessa il lavoro è il Sabato.

Feste Principali: la Pasqua, la Pentecoste, il Capodanno ebraico, la festa delle campane

* Tutta la vita è preghiera

* Luogo di preghiera è la Chiesa

* I capi religiosi si chiamano Sacerdoti

* Il giorno in cui cessa il lavoro è

   la Domenica..

Feste Principali: il Natale, la Pasqua, la Pentecoste

 

* La preghiera 5 volte al giorno in direzione della Mecca

* Il Muezzin li chiama alla preghiera dal minareto.

* Luogo di preghiera privilegiato è la Moschea

* I capi religiosi si chiamano

Imam

* Il giorno in cui cessa il lavoro è il Venerdì.

VITA DEL FEDELE

Le tappe fondamentali della vita sono 4:

  • La nascita

  • La cerimonia del bar mitzavah

  • Il matrimonio

Le tappe fondamentali della vita sono 3:

  • Il Battesimo

  • L’Eucarestia

  • La Cresima

Scelte importanti della vita sono quelle del:

  • Sacramento del matrimonio

  • Sacramento del Sacerdozio

Tutta l’esistenza è contrassegnata dall’Islam: quando il bambino nasce gli viene sussurrato nell’orecchio il nome di Dio e a 4 anni si fa una festa in cui impara a ripetere “nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso

LE ORIGINI

Noi, umani terrestri abbiamo sempre ricercato le origini della nostra specie!
da sempre ci è stato insegnato che la nostra specie ebbe origine dal soffio DIVINO di DIO!
senza dubbio IL CREATORE ha influito in qualche modo sulla CREAZIONE, ma  aldilà di come
ci è stato insegnato!
 Le tre principali Religioni , EBRAISMO, CRISTIANESIMO E ISLAMISMO, ci parlano di un DIO UNICO , ma sappiamo che molte altre RELIGIONI, credono in un DIO UNICO, chiamandolo con
altri nomi, ma sempre indicandolo come CREATORE.
ogni "civiltà" a noi conosciuta descrive la CREAZIONE,nata da un CAOS PRIMORDIALE, e le narrazzioni più ACCATIVANTI, sono quelle dei NATIVI AMERICANI ( come si sarebbero chiamati quei
popoli, se noi Europei non fossimo andati lì per distruggere una civiltà nascente? ).
Com'è possibile che civiltà distanti abbiano la stessa visione della CREAZIONE?
E' possibile immaginare che un 'ANTICA CIVILTA' a noi sconosciuta abbia influito su questi popoli trasmettendogli, un briciolo di conoscenze?
Ma poi rimane sempre un'altra domanda : QUESTA ANTICA CIVILTA' a chi deve la sua conoscenza?
E' questa l'eterna domanda, e l'eterna ricerca:  DA DOVE TUTTO S'E' SVILUPPATO? COME TUTTO HA AVUTO INIZIO?
Noi, UMANI TERESTRI, siamo siamo il frutto di altre civiltà? e se si, come tutto è iniziato?

sabato 20 aprile 2013

GILGAMESH: trà mito, leggenda e...( il fumeto è di Robin Wood e Lucho Olivera ,il testo è tratto da :DELOS 35:fantasia&nuvole

Può il fumetto sconfinare nel mondo letterario dell'epica? E' possibile utilizzare il medium delle nuvole parlanti per trattare in modo serio, magari anche con efficacia, i temi drammatici e vibranti della mitologia? Non affrettatevi a pensare a Hercules e a rispondere "no". Come sempre, è questione di mestiere, di misura e di talento. C'è chi ha lavorato con più sensibilità della Disney, qualcuno che ha pensato più al gusto che al botteghino, qualcuno che ha ricavato dal tentativo (certo non facile) un'opera oggettivamente notevole. Stiamo parlando di Robin Wood e Lucho Olivera, autori del fumetto mitologico-fantastico Gilgamesh. 
La storia

Era l'anno 4000 avanti Cristo. Mio padre regnava su Uruk, la più splendida città della terra tra i due fiumi; sotto la sua guida i sudditi prosperavano e i sacerdoti davano nome alle cose che ancora non lo avevano; ed erano molte, perché il mondo era giovane...
Con queste parole Robin Wood e Lucho Olivera ci introducono alla storia di Gilgamesh, dando forma e colore (col coraggioso mezzo espressivo del fumetto) a una delle più antiche saghe epiche dell'umanità, una saga nata ancor prima della stessa invenzione della scrittura.
In breve, la trama: il mitico re sumero Gilgamesh, un eroe pre-omerico, una figura epica ammantata d'una oscura grandezza, è ossessionato dall'idea della propria morte: egli crede che un monarca assoluto, padrone della terra e dei propri sudditi, non dovrebbe essere costretto a seguire la sorte dei comuni mortali, e non capisce perché gli dei abbiano disposto altrimenti. Egli ascolta i saggi, interroga gli oracoli, senza trovare mai le risposte che cerca. Un oscuro destino sembra incombere su di lui: le sue mogli danno alla luce solo bambini morti; gli indovini predicono che egli stesso sarà successore della sua stirpe, che si perpetuerà nella sua stessa carne; una profezia ermetica che lo ossessiona, che lo spinge a lasciare Uruk e a vagare per il mondo in cerca di un segno che gli mostri la Via.
Finché, un giorno, peregrinando nel deserto, egli si imbatte in Utnapistim, un personaggio che nella mitologia sumera corrisponde al Noè biblico. Utnapistim non è più un uomo: egli ha ricevuto dagli dei il dono assoluto: l'immortalità, proprio ciò che Gilgamesh ha sempre cercato.
Dove si ferma il mito, il fumetto prosegue. Con una trovata felice, Wood inserisce una variazione sul tema: nella sua "vulgata" Utnapistim viene addirittura da Marte. Gilgamesh vede il "carro di fuoco" alieno schiantarsi sulle montagne e si precipita in soccorso, impavido di fronte all'ignoto come solo gli eroi epici sanno essere. In cambio dell'aiuto ricevuto, il visitatore extraterrestre donerà al terrestre la vita eterna, che la superiore tecnologia marziana mette facilmente a disposizione (in questa visione, Utnapistim diventa un autentico "deus ex machina").
Tornato a Uruk, al suo trono, Gilgamesh scoprirà però che l'immortalità può essere un dono avvelenato, perché il baratro della morte lo separa definitivamente dai suoi simili. Odiato dai sudditi, respinto dai suoi cari, il re dovrà lasciare il suo trono e svanire nell'ombra. Da quel momento in poi egli vivrà nel mistero, e sarà testimone delle vicende umane senza mai rivelare la sua natura di immortale, mentre le sue tracce faranno inevitabilmente sorgere leggende come quella dell'ebreo errante. Vivremo con Gilgamesh la grandezza e la caduta dell'impero Assiro, ci commuoveremo con lui su un colle presso Gerusalemme all'ombra di tre croci, navigheremo in sua compagnia sulle navi dei conquistadores, combatteremo al suo fianco nelle mille guerre della storia umana...
Al termine di questa furiosa cavalcata nei secoli, Gilgamesh assisterà con orrore impotente alla fine della razza umana, sterminatasi in un conflitto senza senso né pietà. Rimasto unico essere vivente su una Terra ridotta a un deserto radioattivo, egli si assegnerà il compito di padre e custode della nuova umanità. Con un'astronave e un carico di embrioni umani ibernati, egli lascerà il nostro pianeta e i suoi miliardi di morti, andando alla ricerca di una nuova patria. Solcherà lo spazio per secoli, forse per millenni (il tempo per lui non è un problema) ma alla fine troverà un pianeta vergine su cui far nascere e crescere i suoi nuovi figli. E, chiudendo il ciclo, battezzerà il pianeta col nome della terra che lo ha visto nascere: Sumer.

PAROLE E VERITA' SULLA MADRE TERRA

Questa lettera fu scritta dal capo dei Pellirossa Capriolo Zoppo nel 1854 al Presidente degli Stati Uniti Franklin Pirce. Il documento qui integralmente riprodotto è senz’altro una delle più elevate espressioni di sintonia dell’uomo col creato ed esprime la ricchezza universale dei “popoli nativi”, dei veri “indigeni” di ogni luogo della terra ed è la risposta che il Capo Tribù di Duwamish inviò al Presidente degli Stati Uniti che chiedeva di acquistare la terra dei Pellerossa. "Il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra. Il grande Capo ci manda anche espressioni di amicizia e di buona volontà. Ciò è gentile da parte sua, poiché sappiamo che egli ha bisogno della nostra amicizia in contraccambio. Ma noi consideriamo questa offerta, perché sappiamo che se non venderemo, l’uomo bianco potrebbe venire con i fucili a prendere la nostra terra. Quello che dice il Capo Seattle, il grande Capo di Washington può considerarlo sicuro, come i nostri fratelli bianchi possono considerare sicuro il ritorno delle stagioni. Le mie parole sono come le stelle e non tramontano. Ma come potete comprare o vendere il cielo, il colore della terra? Questa idea è strana per noi. Noi non siamo proprietari della freschezza dell’aria o dello scintillio dell’acqua: come potete comprarli da noi? Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo. Ogni ago scintillante di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni goccia di rugiada nei boschi oscuri, ogni insetto ronzante è sacro nella memoria e nella esperienza del mio popolo. La linfa che circola negli alberi porta le memorie dell’uomo rosso. I morti dell’uomo bianco dimenticano il paese della loro nascita quando vanno a camminare tra le stelle. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo e l’aquila sono nostri fratelli. Le creste rocciose, le essenze dei prati, il calore del corpo dei cavalli e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia. Perciò. Quando il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra, ci chiede molto. Egli ci manda a dire che ci riserverà un posto dove potremo vivere comodamente per conto nostro. Egli sarà nostro padre e noi saremo i suoi figli. Quindi noi considereremo la Vostra offerta di acquisto. Ma non sarà facile perché questa terra per noi è sacra. L’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è soltanto acqua ma è il sangue dei nostri antenati. Se noi vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni tremolante riflesso nell’acqua limpida del lago parla di eventi e di ricordi, nella vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre, di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli ed essi saziano la nostra sete. I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare e insegnare ai vostri figli che i fiumi sono i nostri fratelli ed anche i vostri e dovete perciò usare con i fiumi la gentilezza che userete con un fratello. L’uomo rosso si è sempre ritirato davanti all’avanzata dell’uomo bianco, come la rugiada sulle montagne si ritira davanti al sole del mattino. Ma le ceneri dei nostri padri sono sacre. Le loro tombe sono terreno sacro e così queste colline e questi alberi. Questa porzione di terra è consacrata, per noi. Noi sappiamo che l’uomo bianco non capisce i nostri pensieri. Una porzione della terra è la stessa per lui come un’altra, perché egli è uno straniero che viene nella notte e prende dalla terra qualunque cosa gli serve. La terra non è suo fratello, ma suo nemico e quando la ha conquistata, egli si sposta, lascia le tombe dei suoi padri dietro di lui e non se ne cura. Le tombe dei suoi padri e i diritti dei suoi figli vengono dimenticati. Egli tratta sua madre, la terra e suo fratello, il cielo, come cose che possono essere comprate, sfruttate e vendute, come fossero pecore o perline colorate. IL suo appetito divorerà la terra e lascerà dietro solo un deserto. Non so, i nostri pensieri sono differenti dai vostri pensieri. La vista delle vostre città ferisce gli occhi dell’uomo rosso. Ma forse ciò avviene perché l’uomo rosso è un selvaggio e non capisce. Non c’è alcun posto quieto nelle città dell’uomo bianco. Alcun posto in cui sentire lo stormire di foglie in primavera o il ronzio delle ali degli insetti. Ma forse io sono un selvaggio e non capisco. Il rumore della città ci sembra soltanto che ferisca gli orecchi. E che cosa è mai la vita, se un uomo non può ascoltare il grido solitario del succiacapre o discorsi delle rane attorno ad uno stagno di notte? Ma io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il dolce rumore del vento che soffia sulla superficie del lago o l’odore del vento stesso, pulito dalla pioggia o profumato dagli aghi di pino. L’aria è preziosa per l’uomo rosso poiché tutte le cose partecipano dello stesso respiro. L’uomo bianco sembra non accorgersi dell’aria che respira e come un uomo da molti giorni in agonia, egli è insensibile alla puzza. Ma se noi vi vendiamo la nostra terra, voi dovete ricordare che l’aria è preziosa per noi e che l’aria ha lo stesso spirito della vita che essa sostiene. Il vento, che ha dato ai nostri padri il primo respiro, riceve anche il loro ultimo respiro. E il vento deve dare anche ai vostri figli lo spirito della vita. E se vi vendiamo la nostra terra, voi dovete tenerla da parte e come sacra, come un posto dove anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento addolcito dai fiori dei prati. Perciò noi consideriamo l’offerta di comprare la nostra terra, ma se decideremo di accettarla, io porrò una condizione. L’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco altri pensieri. Ho visto migliaia di bisonti che marcivano sulla prateria, lasciati lì dall’uomo bianco che gli aveva sparato dal treno che passava. Io sono un selvaggio e non posso capire come un cavallo di ferro sbuffante possa essere più importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per sopravvivere. Che cosa è l’uomo senza gli animali? Se non ce ne fossero più gli indiani morirebbero di solitudine. Perché qualunque cosa capiti agli animali presto capiterà all’uomo. Tutte le cose sono collegate. Voi dovete insegnare ai vostri figli che il terreno sotto i loro piedi è la cenere dei nostri antenati. Affinché rispettino la terra, dite ai vostri figli che la terra è ricca delle vite del nostro popolo. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è nostra madre. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a se stesso. Ma noi consideriamo la vostra offerta di andare nella riserva che avete stabilita per il mio popolo. Noi vivremo per conto nostro e in pace. Importa dove spenderemo il resto dei nostri giorni. I nostri figli hanno visto i loro padri umiliati nella sconfitta. I nostri guerrieri hanno provato la vergogna. E dopo la sconfitta, essi passano i giorni nell’ozio e contaminano i loro corpi con cibi dolci e bevande forti. Poco importa dove noi passeremo il resto dei nostri giorni: essi non saranno molti. Ancora poche ore, ancora pochi inverni, e nessuno dei figli delle grandi tribù, che una volta vivevano sulla terra e che percorrevano in piccole bande i boschi, rimarrà per piangere le tombe di un popolo, una volta potente e pieno di speranze come il vostro. Ma perché dovrei piangere la scomparsa del mio popolo? Le tribù sono fatte di uomini, niente di più. Gli uomini vanno e vengono come le onde del mare. Anche l’uomo bianco, il cui Dio cammina e parla con lui da amico a amico, non può sfuggire al destino comune. Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo. Noi sappiamo una cosa che l’uomo bianco forse un giorno scoprirà: il nostro Dio è lo stesso Dio. Può darsi che voi ora pensiate di possederlo, come desiderate possedere la nostra terra. Ma voi non potete possederlo. Egli è il Dio dell’uomo e la sua compassione è uguale per l’uomo rosso come per l’uomo bianco. Questa terra è preziosa anche per lui. E far male alla terra è disprezzare il suo creatore. Anche gli uomini bianchi passeranno, forse prima di altre tribù. Continuate a contaminare il vostro letto e una notte soffocherete nei vostri stessi rifiuti. Ma nel vostro sparire brillerete vividamente, bruciati dalla forza del Dio che vi portò su questa terra e per qualche scopo speciale vi diede il dominio su questa terra dell’uomo rosso. Questo destino è un mistero per noi, poiché non capiamo perché i bisonti saranno massacrati, i cavalli selvatici tutti domati, gli angoli segreti della foresta pieni dell’odore di molti uomini, la vista delle colline rovinate dai fili del telegrafo. Dov’è la boscaglia? Sparita. Dov’è l’aquila? Sparita. E che cos’è dire addio al cavallo e alla caccia? La fine della vita e l’inizio della sopravvivenza. Noi potremmo capire se conoscessimo che cos’è che l’uomo bianco sogna, quali speranze egli descriva ai suoi figli nelle lunghe notti invernali, quali visioni egli accenda nelle loro menti, affinché essi desiderino il futuro. Ma noi siamo dei selvaggi. I sogni dell’uomo bianco ci sono nascosti. E poiché ci sono nascosti noi seguiremo i nostri pensieri. Perciò noi considereremo l’offerta di acquistare la nostra terra. Se accetteremo sarà per assicurarci la riserva che avete promesso. Lì forse potremo vivere gli ultimi nostri giorni come desideriamo. Quando l’ultimo uomo rosso sarà scomparso dalla terra ed il suo ricordo sarà l’ombra di una nuvola che si muove sulla prateria, queste spiagge e queste foreste conserveranno ancora gli spiriti del mio popolo. Poiché essi amano questa terra come il neonato ama il battito del cuore di sua madre. Così, se noi vi vendiamo la nostra terra, amatela come l’abbiamo amata noi. Conservate in voi la memoria della terra com’essa era quando l’avete presa e con tutta la vostra forza, con tutta la vostra capacità e con tutto il vostro cuore conservatela per i vostri figli ed amatela come Dio ci ama tutti. Noi sappiamo una cosa, che il nostro Dio è lo stesso Dio. Questa terra è preziosa per Lui. Anche l’uomo bianco non fuggirà al destino comune. Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo!"

martedì 16 aprile 2013

C'ERA UNA VOLTA UN POPOLO ALDILA' DELL'OCEANO MARE

com'è possibile, che LA CREAZIONE, come la narrazzione del DILUVIO, sia comune in un POPOLO, quello dei nativi "americani", così distante dalla cultura MESOPOTAMICA, di cui la BIBBIA, ha preso spunto? com'è possibile, che culture cosi lontane abbiano in comune non solo queste due cose, ma la FEDE DI CREDERE IN UN SOLO DIO CREATORE?
E' possibile immaginare, ma oramai non tanto, che in tempi antichi, a noi sconosciuti, un'antica civiltà abbia unito le civiltà a noi sconosciute?




LA CREAZIONE (Mito degli Indiani Yakima)

Agli inizi del mondo c'era solo acqua. Whee-me-me-owan, il Grande Capo Lassù, viveva su nel cielo tutto solo. Quando decise di fare il mondo, venne giù in luoghi dove l'acqua è poco profonda e cominciò a tirar su grandi manciate di fango, che divennero la terraferma.
Fece un mucchio di fango altissimo che, per il gelo, divenne duro e si trasformò in montagne. Quando cadde la pioggia, questa si trasformò in ghiaccio e neve sulla cima delle montagne.Un po' di quel fango indurì e divenne roccia.Il Grande Capo Lassù fece crescere gli alberi sulla terra, ed anche radici e bacche.
Con una palla di fango fece un uomo e gli disse di prendere i pesci nell'acqua, i daini e l'altra selvaggina nelle foreste.
Quando l'uomo divenne malinconico, il Grande Capo Lassù fece una donna affinché fosse la sua compagna e le insegnò a preparare le pelli, a lavorare cortecce e radici e a fare cesti con quelle. Le insegnò quali bacche usare per cibo e come raccoglierle e seccarle. Le insegnò come cucinare il salmone e la cacciagione che l'uomo portava.
Fonte:  http://www.quartadimensione.net/portalewest/wakima.htm
(Miti e leggende degli Indiani del Nordamerica Demetra)

Le origini
Il mito della creazione più diffuso tra gli indiani dell'America  Settentrionale prende origine da un diluvio causato da una grave colpa nel comportamento. Un dio (in genere "il vecchio", che ha però le funzioni di esecutore più che di
creatore in senso assoluto e primordiale) invia a turno degli animali sul fondo del mare a raccogliere del fango: i primi due o tre non ci riescono e tornano a galla annegati e senza tracce di fango sulle zampe; tocca all'ultimo animale
riuscirci, perdendo la vita, ma recando con sé un po' di melma che servirà al vecchio per creare la terra e gli esseri umani.
 
Anche in questi miti prevale l'idea che alle origini ci fosse una razza imperfetta: secondo la tribù dei Blood (Blackfoot) un tempo, al posto degli esseri umani, c'erano degli esseri con due teste.
In un mito degli Algonkini (che comprendono Arapaho, Cheyenne, Ogibwa, Fox e altri) gli animali protagonisti sono la lontra, il castoro, il topo muschiato e l'anatra; in una narrazione analoga dei Crow del Montana la ricerca del fango è affidata a quattro anatre. Il dio in questione è considerato il Sole, che un tempo si chiamava "il vecchio" ed è tutt'uno con il "vecchio coyote". Questa figura popolare, dalle caratteristiche ambigue, è frequente nei racconti indiani. In questo caso appare come il creatore, ma in prevalenza è un "collaboratore", talvolta anche indisciplinato; forse la sua figura ha perso d'importanza con il tempo divenendo suo malgrado di secondo piano. Le sue principali caratteristiche sono il carattere maligno e impostore e capace d'ignobili beffe.
Inktonmi, per i Sioux del Canada (Assiniboin), è una figura demiurga che ha un corrispondente in Inktonmi dei Sioux del Dakota (il quale ha le stesse caratteristiche del Coyote). Per questi ultimi - essere supremo è Wakantanka, il "grande potere", mentre per gli indiani Algonkini è Manitou: la "forza magica" e l'espressione del lo spirito che culmina con l'essere supremo, "il grande spirito". n altro mito della creazione si trova tra i Gros Ventre (Algonkini n ord occidentali). In esso si narra di Nihant (bianco), il formatore della nuova umanità, anch'egli, come il Coyote, protagonista di alterne vicende.
In questo racconto, Nihant, stufo del modo di vivere delle popolazioni selvagge di quel tempo, dà il via al diluvio con un complesso cerimoniale di cui fanno parte lo sterco di bue (che veniva usato come combustibile), la pipa sacra e l'accompagnamento di tre canti e tre grida culminante con un calcio decisivo sferrato alla terra.
"Venne fuori l'acqua e piovve per giorni e giorni" dice la leggenda. Cessata la pioggia Nihant era l'unico sopravvissuto alla deriva nelle acque assieme a una cornacchia che, stanca di volare, gli chiedeva continuamente di riposarsi. Nihant le rispondeva ogni volta di appoggiarsi sopra la pipa sacra. La pipa, avvolta in una pezza di pelle, conteneva tutti gli animali. Essi, pur essendo tutti privi di vita, potevano venir resuscitati dalla pipa sacra e dal canto di Niharat. Nihant. scelse quelli più resistenti sott'acqua. Il primo a tuffarsi fu un toffolo che non riuscì ad arrivare fino in fondo: sentendosi mancare tornò a galla semisoffocato. Egli lo rianimò col suo canto e il toffolo si tuffò di nuovo, arrivò quasi a sfiorare i1 fondo e tornò su tramortita. Toccò poi a una tartaruga che credette di non aver raccolto la melma. Dopo un attento esame Nihant scoprì invece che aveva un po' di terra nascosta tra le zampe; con quella poca terra, con un incantesimo, fece sorgere un lembo di terra abbastanza grande per lui e per la cornacchia che finalmente potè riposare (nel frattempo si era ancora lamentata senza posarsi sulla pipa).
"Voglio che ci sia terra fin dove posso vedere!" disse Nihant. È questo un aspetto curioso del mito; nella terra a perdita d'occhio non c'era neppure una goccia d'acqua. La situazione venne poi risolta dal pianto di Nihant dal quale nascono i corsi d'acqua, mentre dalla terra vengono poi plasmati gli uomini che terranno compagnia a Nihant e alla cornacchia.
A proposito dei miti indiani del nord Stith Thompson osserva: "Fra gli americani troviamo, ora il "creatore" in un mondo che egli noti ha ancora creato, ora l'acqua primordiale che sembra coprire tana terra non ancora creata; concezione, quest'ultima, comune a tutte le tribù indiane, con la sola eccezione, forse, del gruppo eskimese.
Il Thompson rileva che non ci si può attendere criteri ordinati per la sistemazione dei miti da parte degli indiani, prerogativa questa delle mitologie più filosofiche.
Gli indiani del Southwest invece, pur riferendosi anche loro a una distesa d'acqua primordiale, presuppongono che la tribù sia sorta dal basso, dopo una serie di passaggi attraverso tre o anche quattro inondi sovrapposti. Ogni mondo viene perfezionato, o distrutto e sostituito da quello successivo perché ritenuto non soddisfacente. Questi indiani hanno in comune con quelli della California una storia sulle origini: all'inizio la terra e il cielo erano congiunti, la terra era la madre dell'umanità, mentre il cielo era il padre. In un certo periodo succede che, in vari modi, il cielo venga spinto in alto e staccato dalla terra, così da dar spazio all' umanità.
 
FONTE  http://www.quartadimensione.net/portalewest/wakima.htm
(Miti e leggende degli Indiani del Nordamerica Demetra)
     Il mito della creazione più diffuso tra gli indiani dell'America Settentrionale prende origine da un

sabato 13 aprile 2013

CHI E' COSA PRIMA DI NOI ?

E' possibile immaginare che l' UMANO TERRESTRE  ,abbia avuto UN'EVOLUZIONE, come la conosciamo? Oppure, qualcosa o qualcuno abbia affrettato i tempi naturali?  Quale è stata la "CAUSA" che ha permesso ad alcuni  primati di evolvere ed ad altri no?
L'eterna domanda!  ( Gianni Isidori ).

02 aprile 2013

I signori del pianeta


A richiesta con «Le Scienze» di aprile di Ian Tattersall
C’è stato un tempo remoto in cui non eravamo soli. Un passato lontano durante il quale la nostra specie, Homo sapiens, ha condiviso gli ambienti della Terra con specie cugine di altri ominidi di cui però oggi non restano che fossili, mentre noi dominiamo il pianeta. Per quanto possa sembrare una dinamica lineare di competizione e selezione, in realtà il percorso evolutivo che ci ha reso umani e padroni del mondo è tortuoso e in parte oscuro, motivi per cui ancora oggi è un campo di ricerca che impegna numerosi scienziati tra i quali spicca Ian Tattersall, curatore emerito della divisione di antropologia dell’American Museum of National History, e autore di I signori del pianeta, libro inedito in Italia, in edicola con il numero di aprile di «Le Scienze» e in vendita nelle librerie per Codice Edizioni.

Quella della nostra specie è una storia lunga, e per Tattersall è meglio raccontarla dall’inizio. Vale a dire fin da quella che l’autore chiama l’età d’oro delle scimmie antropomorfe, poco più di 20 milioni di anni fa, un tempo in cui vennero poste le basi per l’evoluzione della famiglia umana, comparsa più o meno verso la fine del Miocene, circa 6 milioni di anni fa. La ricostruzione di Tattersall poggia sull’esame di numerosi documenti fossili che scandiscono il battere del tempo evolutivo, permettendo di identificare e raccontare i diversi membri della galleria dei nostri antenati, anche quelli più lontani, come i primi membri del genere Australopithecus, per poi proseguire con l’emergere del genere Homo e concludere con la comparsa della nostra specie, avvenuta circa 200.000 anni fa in Africa orientale.

Ma può bastare una ricostruzione di questo tipo per rendere conto della supremazia temporale di H. sapiens rispetto a tutti i nostri cugini? La risposta non può che essere negativa, data la complessità del fenomeno trattato. Ci deve essere qualcosa in più che renda conto della nostra unicità, qualcosa che abbia prodotto quello che Tattersall chiama baratro cognitivo, riferendosi alla distanza siderale che separa le capacità cognitive degli esseri umani dalle capacità degli ominidi ormai estinti e delle altre specie di primati antropomorfi che osserviamo oggi o che ci hanno preceduto. Secondo l’autore, la chiave del nostro successo evolutivo è la capacità di pensiero simbolico, che a sua volta deriva dal linguaggio. Queste due caratteristiche di Homo sapiens non sarebbero però comparse parallelamente con la specie, come dimostrano documentazioni fossili secondo cui le prime «avvisaglie simboliche» compaiono solo 100.000 anni fa.

Questo snodo però potrebbe non essere mai chiarito del tutto. «Il passaggio di Homo sapiens da specie non linguistica a specie dotata di linguaggio – spiega Tattersall – è una delle trasformazioni cognitive più sbalorditive che abbiano mai interessato un organismo. I dettagli di questa transizione probabilmente ci sfuggiranno sempre, e qualsiasi ricostruzione è destinata a fornire una semplificazione eccessiva del processo».

Ma, sempre secondo l’autore, non è difficile ipotizzare, almeno in linea di principio, il modo in cui il linguaggio emerse in una piccola comunità africana di H. sapiens già biologicamente predisposti. Ecco perché è importante raccontare e conoscere la nostra storia fin dagli albori dei nostri remoti antenati. Una predisposizione biologica implica una contiguità evolutiva con altre specie passate e coeve che però non hanno avuto successo. Mentre noi siamo ancora qui a dominare il mondo, grazie a quegli antenati con capacità cognitive e simboliche che tra 60.000 e 70.000 anni fa uscirono per la prima volta dall’Africa.